lunedì 17 marzo 2008

La strada militare Georgiana

La strada militare Georgiana
(11/12 Marzo 2008)

Mtskheta

Partiamo da Tiblisi sull’inossidabile Lada Niva di un signore che sembra la copia schiarita di Stalin. Quando fa il pieno temiamo che abbia inserito la pompa nel finestrino piuttosto che nel serbatoio tanto e’ il puzzo di benzina che si diffonde nell’abitacolo.
Prima tappa Mtskheta, antica capitale e centro spirituale-cristiano del Regno di Georgia, per visitare la chiesa di Sveti-Tskhaveli, che e’ stata la piu’ grande del paese fino alla costruzione l’anno scorso della nuova cattedrale di Tiblisi, misteriosamente finanziata da un benefattore anonimo.

Costruita in pietra intorno al 1000, circondata da delle solide mura e’ decorate con affreschi pieni di colori. Al suo interno ospita caoticamente una copia della cappella del Santo Sepolcro di Gerusalemme e due piccolo strutture isolate che potrei definire dei gazzebi-cappella, anche loro interamente affrescati. La rigidita’ del dogma e la sacralita’ del posto risultano ampiamente ammorbidite dal disordine umano. Il tutto e’ estremamente curato, senza neanche un cacata di piccione (cosa rara da queste parti).

Ananauri

Riprendiamo il cammino cominciando a salire fino a quando vediamo e superiamo la diga del lago artificiale di Zhinveli. La fortezza di Ananauri e’ minuscola, le mura dotate di 4 imponenti torri sono poco piu’ larghe della cappella al centro del fortino. Mi e’ difficile immaginare le numerose guerre e rivolte di contadini che si sono svolte nei secoli dentro e fuori questo castello-Lego trecentesco pacificamente appollaiato sulla sponda di un lago in secca circondato da una vallata tappezzata di boschi.

Kazbegi

Per arrivare alla meravigliosa gola di Tursa, dove riposa Kazbegi, bisogna superare il passo di Jvari, a piu’ di 2000 metri. Davanti ai nostril occhi terrorizzati un muro di due metri din eve fad a guard-rail sui due lati della strada e l’asfalto o non si vede o e’ dipinto di bianco. Il nostro autista sbuffa, sbanda, si asciuga la fronte e la Lada Niva non ci abbandona. Scopriremo il giorno dopo che quell ache ci e’ sembrata un’impresa unica viene compiuta 6 volte al giorno da dei marshutka (pulmini-autobus locali) stracarichi con le ruote lisce come il ghiaccio. Superato il passo ci ritroviamo in una valle popolata piu’ da mucche che da uomini.

Arrivo a Kazbegi: con gli scarponi che affondano nella merda di mucca, attorniati da case sbilenche e contadini con lucide scarpe di cuoio rivolgiamo lo sguardo verso l’alto alla chiesa che sovrasta il paese 400 metri piu’ su, e dietro di lei al monte Kazbekh (5047 m).Quest’ultimo e’ la cima rocciosa su cui Prometeo venne incatenato e condannato ad un’orribile tortura per migliaia di anni, reo di aver sottratto agli il potere del fuoco per donarlo agli uomini a loro subordinate. Venne incatenato su questa vetta che adesso che deriva il suo nome da un esattore delle imposte del XIX secolo. Costui, spronato ad allontanare i soldati russi d’istanza nella regione dai popoli di queste montagne che si stavano ribellando all’impero, scelse invece di avvertire Mosca meritandosi una immediate promozione a generale dell’esercito zarista.
Cosi’ il luogo in cui un dio sconto’ la pena di aver tradito I suoi simili a vantaggio dei piu’ deboli porta ora il nome di un uomo che non esito’ a vendere il suo stesso popolo ai propri superiori. Come a sottolineare che per quanto permalosi e vendicativi possano essere gli dei saranno sempre al di sopra delle bassezze e delle perfidie dei potenti di questo nostro mondo.

In quaranta minuti, affondando ripetutamente le gambe nell’abbondante neve che ricopre il sentiero, giungiamo alla chiesa, che pero’ e’ chiusa. Mentre mangiamo un panino si apre una botola da cui esce un Monaco con i piedi protetti da pesanti calzettoni di lana ed adagiati in commode pantofole. Senza dubbio ci vede ma fa finta di niente e sgattaiola fino al campanile e dandoci le spalle comincia a tirare la corda della campana facendala risuonare in tutta la valle. Aspetto rispettosamente che adempia al suo sacro compito per chiedergli le chiavi della chiesa, ma non faccio in tempo a sentire l’ultimo rintocco della campana che la botola si richiude dietro di lui: peccato.
Durante la discesa Erika, con le scarpe ormai fradicie, un po’ stanca e un po’ infreddolita, con le labbra gonfie e mal di testa per la puzza di kerosene emanate dalla stufa del rifugio e resa particolarmente suscettibile dall’inizio del ciclo rimane un po’ indietro. All’improvviso imprecazioni di tutti i tipi mi piovono sulle spalle; mi volto e la vedo dal basso in cima ad una roccia con i capelli mossi dal vento, un ditto puntato verso il cielo ed un sasso nell’altra mano. Un Monaco di passaggio si ferma per assistere alla scena da lontano; ci fissa sbalordito forse soppesando i pro e i contro di un suo intervento mitigatore forse memore dei discorsi biblici pronunciati dai profeti dall’alto di una montagna. Due minuti dopo, complici e solidali, rideremo insieme immaginando i pensieri del monaco-spettatore.

Sciando sul Caucaso

Di ritorno a Tiblisi mi fermo a sciare un giorno a Gudauri, stazione sciistica che avevamo notato all’andata. Ci ospita la simpatico signora Svetana, che vive in una piccolo casa con il figlio, sua moglie e i 2 bambini. Ci lasciano una camera mentre loro dormiranno tutti insieme nel salotto vicino alla stufa. Ci danno da mangiare zuppa e delle ottime frittelle zuccherate (questo a cena; la mattina dopo ci serviranno formaggio e salsa di pomodoro). Dopo di noi viene a mangiare il figlio, da solo, mentre la moglie sta in piedi a digiuno tenendo tra le braccia il figlio piu’ piccolo.
Ci sono solo 4 seggiovie un po’ lente ma eccezion fatta per i pochi turisti ucraini e per i venditori di birra vodka e cappellini le cui innumerevoli bancarelle sono disseminate qua e la’ sulle piste, scio da solo. Superando i tremila metri non vedo altro che monti e valli coperti da un’immacolata coltre din eve: un ormai incredibile ed inusitato spetacolo per noi sciatori europei

Tbilisi

Tiblisi
(9/10 e 13 Marzo 2008)

Tiblisi si snoda lungo il corso del fiume Mtkvari, con una fortezza in cima alla citta` vecchia ed un ristorante di lusso dell’epoca sovietica che domina la citta` intera. Adesso e` chiuso insieme alla cremagliera costruita appositamente per i suoi potenti clienti.
Sotto la fortezza un’intera piazza e` occupata dalle cupole dei bagni termali nei quali riposarono Puskin ed altri illustri personaggi.. E` possibile affittare, con pochi dollari, una camera privatacon una grande vasca. Non e` molto igienico ma e` da provare. Centinaia di statue piccole e grandi, belle e brutte sono disseminate sui ponti come nelle piazze.

Tiblisi e` piena di macchine, cosa non vera per il resto del paese. C’e` traffico, ci sono gli autobus e la metropolitana. Le case sono pero` quasi sempre trascurate, con infissi rotti e balconi sbilenchi. Nella citta` vecchia i tetti sono dei collage di tegole, legno e lamiera. A dieci minuti dal centro, sulle sponde del fiume, prati desolati si alternano a palazzoni sovietici.
In tutto questo a Tiblisi c’e` un boom immobiliare in confronto al quale quello europeo assume le proporzioni di un gioco da bambini. Qui gli affitti arrivano fino a 3000 dollari per case di 100 m2, in un paese in cui il prod. interno lordo pro-capite e` di 4200 dollari l’anno. Come se a Roma le case costassero 12000 euro al m2 (e non sto certo parlando di Piazza di Spagna).

Al mercatino delle pulci del sabato vendono vecchi cavatappi e trnsistors, spille di Lenin e posters di Stalin. Riviste ingiallite e lussuosi sassofoni sono esposti sui cofani di vecchie Trabant.

In un paese che produce + o meno la stessa energia elettrica che consuma, per i continui black-out ogni negozio ha il suo generatore a benzina, e nei pochi giorni che passati qui li abbiamo visti in funzione in 6 momenti diversi. Il museo nazionale e` chiuso perche` non ha pagato le bollette della luce (ricorda gli Uffizi?).

In Georgia chiunque passi in prossimita` di una chiesa deve farsi tre volte il segno della croce. A Tiblisi questo vuol dire che per andare a comprarsi le sigarette e tornare a casa un georgiano si fara` il segno della croce almeno dieci volte.
Camminiamo dietro ad una coppia di teen-agers che si tengono per mano. Davanti ad una chiesa lui si scosta e adempie a questo rituale andando anche a baciare la porta. Lei rimane immobile e ci sorride con l’imbarazzo e la condiscendenza di una madre nei riguardi del figlio che sbadiglia in pubblico.

Di fronte al Parlamento, sulla via principale, una trentina di persone e` accampata con tanto di tende da circa due mesi denunciando brogli alle elezioni di gennaio. Il vincitore ufficiale e` stato quello stesso Saskahavili che nel 2003 sali` al potere in una situazione molto simile, e cioe` grazie a pacifiche proteste “spontanee” per l’irregolarita` del voto che aveva visto la rielezione del longevo Shevarnadze (che era a sua volta salito al potere nel ’91 con un colpo di stato violento voluto anche da Mosca).
Dietro alla “rivoluzione delle rose” del 2003 c’era la mano non troppo nascosta degli Stati Uniti come dietro alle manifestazioni di questi giorni c’e` l’appoggio della Russia, che ha per il momento bloccato le frontiere.

Verso Tbilisi

(9 Marzo 2008)
Sono le quattro e mezza di mattina. In una BMW tutta sfondata Giulio dorme sulla mia spalla, di fianco a me sta Ivlita, che riesce ad essere composta anche intanto che sonnecchia. Misa finalmente si e` spento e con il sedile bello disteso e comunque un birrozzo in mano tace in profondo sonno. Io da buona rompicoglioni diffidente, vigilo che il giorgiano al volante non mi si abbiocchi. Cazzo e` notte, rotta Tbilisi nelle mani di un avvocato georgiano, che parla un perfetto inglese, in tuta lercia, scarpe sfondate e gilerino bisunto. Gli suona il cellulare, parte Bamboleo dei Gipsy Kings a palla, l’avvocato risponde e sul display appare una maiala nuda, di chiara provenienza ucraina.

Il marinaio e la sposa bambina

Ospitalita` georgiana

Problema di frontiera risolto, appiedati dall'autobus, Misa ci carica su un taxi direzione Batumi. Alt. Il taxi si ferma, Misa deve fare compere: bottiglione di birra da 1,5L gradazione 12. Primo battesimo d'alcool, che non gli lascera` un attimo di tregue.Silenzio. Misa chiede se abbiamo un albergo. Ce ne consiglia uno. Silenzio. Il volto del georgiano si illumina "Ma, se volete, io ho una casa vuota, si` e` proprio in centro, non la uso, se volete potete stare li`. Dormiremo in casa sua, nella sua stanza da letto, mentre Misa non stara` dai suoi, ma dormira` in compagnia dell'ex moglie nel divano letto in veranda. La casa che ci ospita e` quella in cui Misa viveva con l'ex moglie, prima che lei rispondesse al cellulare di lui. Fine del matrimonio.

Strade sterrate, mercedes di un tempo messe li` a cazzo, scale intralciate da troppi fili, acqua che gronda dai soffitti. La carta da parati e` scrostata in piu` punti, le porte a vetri sono in frantumi -Misa ci dira` orgoglioso che una sera, complice la troppa vodka,ha fatto un po` di macello- televisione enorme, subito accesa per mettere un po` di musica russa a palla, stoviglie strabilianti, arzigogolate e colorate che piu` non si puo`. La casa e` una bomba, ci piace.

Misa ci mette seduti, ha da smistare le rimesse che i compatrioti mandano alle famiglie. Tempo mezz'ora e` di ritorno, con quello che sara` in nostro primo kachapuri (nella versione light piazza bianca ripiena di formaggio, piatto tipico georgiano, che mangeremo per i prox 10 giorni, una bottiglia di vino stracaro,fiore all'occhiello della Georgia e due bottiglie di Vodka. Ogni volta che Misa si siede, va da se` che mezzo litro di vodka deve essere consumato.

Nei successivi due giorni ci paghera` le cene, le vodke, fino alle sigarette e i taxi; ci organizzera` un pic nic sulle colline intorno Batumi, ci trovera` una svolta per raggiungere la capitale (salvo infilarsi in macchina pure lui con l'inseparabile ex moglie per non abbandonarci nella capitale, che conosce peggio di noi), ci iniziera` alla cucina georgiana con i sui riti, fara` trattati socio-culturali sulle usanze di citta` e di campagna e la volta in cui di soppiatto proveremo a pagare una cena si incazzera` manco avessimo provato a soffiargli la compagna...Grande cuore georgiano.

Il Riposo di Misa.

Misa e` marinaio, anzi ufficiale di marina, imbarcato su navi cargo. Per quattro\cinque mesi sta chiuso in una nave insieme ad altri 25 esseri del suo stesso sesso. Poii 10 giorni di riposo. Nel mezzo il passaporto da sea-man (grande! esiste davvero, non e` solo una di quelle domande del cazzo da esame di diritto civile) gli da diritto di fermarsi nei porti sparsi per Mediterraneo e Mar Caspio e di onorare l'immaginario collettivo che un marinaio si porta addosso.Adesso ha 10 giorni di fermo, cosi` fa ritorno a casa (compiendo viaggi interminabili in autobus, perche` ritiene l'aereo poco sicuro) con uno stipendio europeo (rispetto ad un salario medio mensile che in Georgia si aggira sui 300$) e forte delle cinque lingue parlate e del vagabondare per mezzo mondo.

Torna a ristorarsi. Fa lo zio d'America, con una mano spesso posata sulla tasca posteriore dei pantaloni all'occidentale pronte ad estrarre lari. Ha il soldo facile.Deve riposarsi. E` uno dei pochi a lavorare in un paese con una dispoccupazione tale da spingere una gran quantita` di persone, giovani o vecchie che siano, ad essersi scolate un litro di vodka prima che le campane rintocchino il mezzogiorno. Riposarsi, secondo la scuola di Misa, ha molto a che fare con il bere ed il pensare al genitlsesso. E di sicuro genitl, sta di troppo.

DIGRESSIONE ENO-GASTRONOMICA.
In Georgia, che si autoproclama patria del vino, si pasteggia a vodka. Shottini spesso tagliati con birra. Si beve seguendo un rituale di convivialita` preciso. Nessuno porta mai il bicchiere alla bocca da solo. Si beve sempre insieme ai commensali e, ognio volta, e` doveroso celebrare un brindisi in tono serioso. Cosi` fin dai primi dieci minuti in casa Misa si aprono le danze dei brindisi; abbracceremo tutte le grandi cause, dalla pace universale, alla giustizia sociale, avremo pensieri per le famiglie, la salute, la buona sorte senza ovviamente tralasciare i mondiali toast lascivi e scurrili, tanto cari a tarda sera.Misa ci iniziera` anche alla cucina georgiana. I pasti sono vissuti come un momento sacro di ritrovo (in nessun ristorante vedremo tavolate da meno di 6 persone), densi di usanze e tradizioni. I piatti principali sono due: il kachapuri (di cui esistono sostanzialmente due versioni, una piu` leggera, di cui gia` abbiamo detto, ed un'altra piu` corposa che consiste di una focaccia ovoidalle cotta al forno, ripiena di formaggio filante ricoperto da un uovo al tegamino, il tutto condito da burro fuso) ed il kinghali, specie di ravioli giganti cotti al vapore, ripieni di carne di manzo speziata. Strepitosi. Si mozzica la pasta esterna del raviolo, si beve il brodo che si forma all'interno in fase di cottura e finalmente si mangia. Usanza vuole che chi faccia cadere anche una sola goccia del brodo non possa piu` mangiare kinghali per quel pasto.
FINE DELLA DIGRESSIONE

E cosi` con Misa mangeremo e berremo gironzolando per Batumi e dintorni smargiassi. E poi sentiremo parlare, e parleremo, di donne. Perche` secondo la concezione di Misa, il candide andrebbe riscritto, si` perche` l'Eldorado esiste e si chiama Ucraina, ovvero il Bengodi.
Bionde odalische dagli occhi di ghiaccio e le forme di sinuose sirene, che non incatenano…no! anzi…tu non hai ancora finito di trangugiare la tua vodka e gia` zack! ti stanno deliziando in virtuosi aggrovigliamenti per lasciarti subito dopo tornare al tuo vecchio drink.
Disponibili a frotte, come le caramelle sulle bancarelle dell`luna park, in vasto assortimento, possono essere mangiate anche piu` d’una in contemporanea.
Consigliata camicia d’ordinanza prima di recarsi nei luoghi dell’abbisogna e fervida immaginazione per descrivere mondi migliori.
Il tutto e` ovviamente condito da cascade di alcool al prezzo di una manciata di spiccioli.
E cosi` nei pochi giorni passati con Misa sentiremo nominare la parola Ucraina ben piu` volte di quanto non l'abbia fatto fin qui in tutta la mia vita.
La sposa bambina.
Il ticchettio dei tacchi su per le scale fa presagire l’arrivo di Ivlita, l’ex moglie di Misa. Noi stiamo gia` intorno al tavolo a gozzovigliare quando lei entra. E` una bambola, minuta, graziosa. E` una bambina, che neanche ventenne si porta gia` il titolo di ex moglie, e che a sua volta ha gia` messo al mondo un’altra bambina, che ormai va per i quattro anni. Indossa abiti da poco, fatta eccezione per le scarpe che sono davvero belle nei tacchi alti e la punta tonda, eppure c’e` un’eleganza e un tocco di stile, a differenza di Misa che con la sua maglia aderente sovraccarica di stampe Dolce&Gabbana si conquista il titolo di “MisafromAlbania”. Parla a bassa voce, non interrompe mai. E` sempre composta. Da l’idea che quasi potresti ripiegarla e mettertela in tasca. Pocket girl. Mastica il giusto inglese per i convenevoli. Con noi sara` sempre gentile, ma non avremo mai la sua reale attenzione.Tutti i suoi sforzi sono protesi verso Misa.
Contrariamente a quanto dettoci dal marinaio, Ivlita non lavora. Lei dice di voler lavorare in banca e ha i titoli per farlo, ma nulla fa presagire un interesse o un desiderio erso la spirale lavorativa.
Lei e Misa si sono sposati quando Ivlita aveva 16 anni, appena prima che lui partisse sulle navi. Cosi` lui si e` garantito che nessuno, in sua assenza, venisse a prendersela. Misa ci racconta che in Georgia se ad un uomo piace una donna, puo` andare e rapirla, poi le famiglie si metteranno d’accordo per il matrimonio o l’eventuale indennizzo. Hanno vissuto nella casa che ci ha ospitato per circa tre anni, hanno avuto una bambina, tirata su dalla nonna; poi, complice l’Ucraina, nella versione di Misa, lei e` tornata da sua madre, ma in coincidenza del riposo del marinaio torna al suo ruolo di moglie. Ivlita adesso vive con la madre e la figlia, in una casa dotata di un televisore enore e uno stereo da locale, doni dei mariti. Nessuna di loro lavora, a loro provvedono i mariti. E cosi` il bengodi diventa il principe azzurro.
Misa ha sempre con se` Ivlita. Lei non gli toglie un istante gli occhi di dosso. E ubbidisce, eccezion fatte per il moto di ribellione che ha quando trill ail cellulare di Misa e lei muore dalla bramosia di sapere, vedere...
Stiamo tutti e quattro intorno al tavolo a sentire le storie di Misa, lui riempie i bicchieri e pronuncia il brindisi. E` il momento dib ere, ma Ivlita non piace la vodka, Misa si innervosisce Dalie grida Dalie (bevi!) e porta alla bocca di lei il bicchierino. Ivlita storce le labbra, fa smorfie di ribrezzo, ma alla fine trangugera`. In certe occasioni non ci si puo` proprio sottrarre al bere. Al ristorante gli sketches si ripeteranno identici, certo balleremo musica russa e Georgiana e, da non crederci ci sara` pure il momento italiano – qui Celentano spopola -. La serata finira con Ivlita al cesso ridotta uno straccio, sofferente in lacrime, tra le incazzature di Misa per I pantaloni macchiati. Ivlita continuera` a stargli di fianco, ripetendo di amarlo fino alla noia, salvo di tanto in tanto sussurrare “prima-o-poi-lo-ammazzo” ad ogni trillo di cellulare o ad ogni riferimento all’Ucraina, tanto spesso nominate da rischiare la catastrofe. Ivlita finge di andarsene, ogni tanto fa per malmena Misa, che reagisce sempre con troppa violenza, oppure le compra un paio di cazzate e il sorriso ritorna. Noi facciamo I salti mortali per destreggiarci tra I loro colpi bassi e divertirci. Misa intanto pensa sempre a tutto, e` sempre sul pezzo, comunque pronto a carezzare, stringere o pizzicare Ivlita, pronto ad accorgersi se le nostre sigarette sono finite e quant’altro.

Giro parentale, con qualche imbarazzo. Noi veniamo trattati da re. Per la passeggiata pomeridiana Misa decide di annettere anche la piccola Nina. Vedere Ivlita che tiene per mano Nina lascia un brutto amaro. E` come vedere una bambina portarsi appresso una bambola vecchia che non vuole certo abbandonare pur avendo davanti a se` giochi che la solleticano molto di piu`. L’amaro si fa piu` pungente vedendo Misa impersonare il ruolo di padre padrone giusto per il tempo minimo a non stufarsi, pretendendo al contempo i fasti affettuosi del papa` che ha appena aiutato a colorare un disegno. Molliamo Nina da una nonna diversa rispetto aquella da cui l’abbiamo raccolta per dirigerci a celebrare l’ultima cena.
I giochi si fanno piu` pesanti , lo scherzo sull’Ucraina inizia a creare qualche difficolta`. Gli shottini si susseguono sempre piu` frequenti, la musica russa, che non ci ha dato un momento di tregua e` a volume sempre piu` alto. A casa arriva la parola sbagliata di Ivlita, I nostril nervi si tendono. E` tardi. Misa si incazza. La strattona; l’afferra per la camicetta e la scaraventa contro il muro; qualche sedia riceve un paio di colpi ben assestati.
Il sangue mi va alla testa. La ragionevole percezione di non dover fare un cazzo mi soffoca. Guardo Misa in cagnesco.
Giulio aiuta Misa a calmarsi, Ivlita stara` a leccarsi le ferite rifugiandosi nel suo privato bengodi. Io sto con i miei bollori in un’altra camera.
Qualche ora piu` tardi, ben prima dell’alba andremo a svegliare il marinaio e la sua sposa bambina che dormono abbracciati, per partire alla volta della capitale.

Batumi

Batumi
(7/8 marzo 2008)

Lussureggiante Batumi. Quella che dovrebbe essere la portofino dell'Impero Sovietico, luogo di villeggiatura dell'intelligentia russa, si rivela essere un paesone pretenzioso che si snoda su un lungomare sberluccicoso, reso ancor piu` decadente dal finir dell'inverno. Massicce navi cargo punteggiano il mare, dominato dal grosso scalo merci. Alle spalle un paese fatiscente.

L'autobus che da Trabzon ci porta a Batumi e` carico di azeri che da Istanbul a Baku compiono un tragitto di 50 ore filate.Pantaloni che ballano sul culo, camicioni sdruciti, scarpe impiegatizie tutte sfondate, rughe profonde solcano profili taglienti. Occhi enormi in uno sguardo sempre un po'troppo incattivito.

Primo contrattempo alla frontiera. L'autobus non puo` aspettare. Ci scarica per strada. Il ragazzone giorgiano, con cui avevamo scambiato appena qualche parola alla frontiera, batte al finestrino. Io sto a destreggiarmi con due zaini troppo pesanti, mentre Giulio e` con le guardie e sistemare il passaporto. Il ragazzone abbandona l'autobus, si carica il suo bagaglio, perche` ha capito che abbiamo un problema. Inizia la storia.

Trabzon

Trabzon
5/6 marzo 2008

Arriviamo in aereo in una citta fondata quasi 3000 anni fa. La Trebisonda di un tempo ha lasciato il posto a Trabzon, schiacciata tra il mare che e’ la sua fonte di sussistenza ed una montagna su cui campeggia la scritta TRABZON in stile hollywoodiano (cattelan e’ passato di qui?). Considerando anche che che l’aeroporto e’ una striscia d’asfalto lungo il mare sembra una Palermo in piccolo, salvo che dei suoi antichi fasti ben poco e’ rimasto.
Il lungomare e’ interamente occupato dal porto con i suoi container ed i moli deserti, rendendolo cosi’ inaccessibile al resto di questo grande paese. Dalla piazza moderna e piena di locali ad est si scende tra le stradine del bazaar fino al mercato del pesce per poi risalire nei quartieri residenziali.
C’e’ la decadenza di una citta’ antica di cui la storia puo’ essere rintracciata soo nei libri, la decadenza di un porto in disuso, ed infine quella piu’ recente di un luogo di grandi scampi commerciali condannato per cinquant’anni a vivere di contrabbando in quest’avamposto orientale dell’occidentea due passi dal paese natale di Stalin e dai luoghi di villeggiatura dei quadri sovietici. I veli delle donne lucidi e pieni di colori lasciano spesso il posto al rimmel e al rossetto delle ragazze appena uscite di scuola. Passeggiamo tra turchi dal passaporto russo, vetrine di intimi femminili che ricordano i sexy-shop di Amsterdam, tassisti che parlano russo e mille pasticcerie; ci fermiamo a leggere in unba salad a te’ per soli uomini in cui non ci fanno pagare.
La sera ci gustiamo Real Madrid – Roma con i gestori dell’albergo ed i loro amici che fanno un ottimo tifo per la Roma. Sono visibilmente divertiti dal trasporto che Erika mostra per l’evento. Il giorno dopo ci salutano con un “Roma champion”.

Dal mare, in mezz'ora di auto, si abbandona l'inizio di primavera per arrampicarsi tra gole stupende su per montagne arrabbiate. Quaranta minuti di sentiero innevato, circontati dal piu` quieto silenzio, immersi in foreste di pini, per raggiungere un monastero, anzi un complesso monastico incastonato tra la roccia, scolpita e modellata.Gli affresci ricoprono magicamente il tutto.Pensiamo a Cartesio, agli eccelsi prodigi della razionalita` umana e ci troviamo a sorridere pensando alla bizzaria delle volonta` umane.

Prime moschee

Istanbul
2/4 marzo 2008

Le prime moschee del nostro viaggio: i motivi geometrici ma caldi e colorati alle pareti e sulle volte, la mancanza di mobilio, di quadri e di affreschi, le molte finestre e la buona illuminazione, i tappeti per terra e l’entrare scalzi; l’esterno freddo e pulito. Queste le caratteristiche che colpiscono di piu’ il mio sguardo occidentale, come il segno di una religione piu’ semplice e dura nei suoi aspetti esteriori, nei suoi precetti e nelle sue regole, ma piu’ comprensiva, intima e comunicativa nel rapporto tra l’uomo e il suo Dio.

La differenza del trattamento riservato Dio a un fedele dell’Islam rispetto ad un cristiano sembra la stessa differenza che c’e’ nel trattamento riservato da un professore a uno studente serio e diligente, o a uno che si applica poco e che il giorno dell’interrogazione non va premiato ed incoraggiato bensi’ sgridato e redarguito con tutti gli strumenti che il professore ha a disposizione.

Istanbul


Istanbul

(2\4 Marzo 2008)



Stupenda la disposizione della citta`, con il Bosforo che la taglia in due da nord a sud ed il corno d’oro che divide la parte est (Ist. europea) in parte vecchia e parte moderna. Due ponti sospesi collegano l’Asia all’Europa. La terraferma e` mossa, si sale e si scende in continuazione tra strade piccolo e case in buona parte di legno. La citta` sembra divisa in zone di mercati e di artigiani, ogni quartiere specializzato in un prodotto particolare. Da l’idea di un posto meraviglioso in cui vivere, oggi come al tempo di Costantino rivaleggia con Roma per bellezza e calore.

Istanbul

Istanbul
(2\4 Marzo 2008)

Ho il culo saldamente poggiato sull'Europa con gli occhi puntati sull'Asia, divisa da un lembo di mare superbo, scavalcato da due ponti sospesi. Alle mie spalle sta la Moschea Blu, austera e imponenete nella sua eleganza di forme, addolcita solo dalle luci della sera e dal volteggiare dei gabbiani, a ricordo che tra i due continenti sta l'Islam.
Al suo interno, lontano dalle folle del giorno, la Moschea mette quasi a disagio. Faccio fatica a ritrovarmi cosi' intima e raccolta immaginando al contmpo che in posti come questo, senza nemmeno l'ombra di emblemi e immagini a caricare di tensione, qualcuno trovi il senso nel fomentare guerre in nome di santita'. Mi vergogno a trovarmi intimamente a mio agio in un posto di uomini con un angusto cantuccio riservato alle donne, escluse dalla suggestiva atmosfera della Moschea.
Le donne di Istanbul; per le strade colpisce la varieta` del modo di concepirsi donna. Baby Brintney Spears agrressive-pittate sfiorano veli lucidi, coloratissimi e ricercati, che cintano il capo, chi lasciando scoperto il viso, chi fino a racchiudere anche le labbra. Qua e la` donne in chador, quasi davvero potessero coabitare modi cosi` violentemente diversi di incarnare l'esser donna. E mi fa effetto il sorriso scambiato con una donna di nero bardata, io con il mio folklore campagnolo di lottatrice indipendente.
Per fortuna arriva il calcio che, malgrado tutto, accomuna e livella: ottavi di finale di champion's Fenerbache-Siviglia. Azzardatamente ci fermiamo per strada davanti ad una folla con il fiato trattenuto. Siamo ai rigori. Certo, se va male, ci sta che le buschiamo...invece il Fenerbache la inzacca. Istanbul intera e` in quel delirio di gioia che solo il calcio, ormai, riesce a innescare. Noi veniamo letteralmente inondati di fiori.
Per la cronaca, il gorno a seguire obblighiamo un manipolo di turchi a guardare la Roma che umilia a dovere il mitico Real. Esultiamo com matti, con i turchi palesemente incuriositi dalle manifestazioni femminili, ma che per il calcio sono pronti a d accettare.