La Georgia con il suo passato socialista ma proiettata verso l'america ci ha probabilmente fatto da filtro. Nella poverta' senza futuro dell'armenia vedere cento tassisti in un paesino di tremila anime, tutti in attesa di un improbabile cliente, era normale amministrazione. Non abbiamo capito neanche quando abbiamo notato che non si facevano la guerra tra loro, che era sempre e solo uno a offrirci il passaggio e a dirci il prezzo. Pensavamo "sono solidali ed efficienti, fanno cosi' perche' altrimenti si ucciderebbero per ogni cliente e la competizione farebbe abbassare il prezzo con un risultato negativo per tutti meno che per il passeggero".
Arrivati in Iran la realta' ci salta agli occhi, le trattative tranquille e private in Georgia, i dettagli delle apparenti contraddizioni sociali in Armenia riemergono e ci appaiono in una nuova luce.
L'Armenia e' povera almeno quanto l'Iran, ma i tassisti non si litigavano i clienti e le contrattazioni in pubblico erano generalmente diverse da quelle in privato all'interno della macchina. Anche loro avevano bisogno di soldi, ma c'era una specie di pudore a parlare di questo. In mezzo alla piazza, davanti ai ai passanti o ad i suoi colleghi, mai un tassista ha cercato di convincerci ad andare con lui abbassando i prezzi o parlando di quanto sia cara la benzina. Quando pero' ti trovi da solo con lui ecco che ti chiede piu' soldi, cerca di portarti in un albergo che conosce e dove prendera' una commissione.
Vedendo come qui in Iran ci saltino addosso in venti, ognuno che cerca di tirarti dalla sua parte con sorrisi, sconti e alzando la voce, proviamo un certo imbarazzo e capiamo come il comunismo abbia lasciato delle tracce profonde nella vita quotidiana degli armeni. I soldi servono, si, ma e' veramente vergognoso doverseli guadagnare a scapito del prossimo. Lo si fa anche li', ma di nascosto.
martedì 3 marzo 2009
Ingresso in Iran
Mezz'ora di stop prima del confine per bere l'ultima vodka, verificare che le fedi siano al loro posto e che il velo ed i vestiti di Erika rispettino le leggi di questa repubblica islamica. Siamo un po' nervosi, un signore iraniano ci guarda divertito e ci dice di non preoccuparci. Superiamo il controllo passaporti con lui. C fanno mettere zaini e zainetti in una macchina a raggi X, e io che volevo contrabbandare una bottiglia di Cognac Ararat da regalare a degli amici di Teheran!
Uscendo dalla dogana il nostro nuovo amico ci propone di accompagnarci in macchina fino a Tabriz, la nostra prima tappa iraniana. Non facciamo pero' piu' di due passi che una folla di tassisti ci assale. Ognuno ci apostrofa a modo suo, chi urla e chi ci strattona, ordinandoci e allo stesso tempo implorandoci di andare con lui. Nella calca che si crea intorno a noi (siamo molto probabilmente gli unici stranieri del giorno) veniamo separati dal nostro amico. Capiamo con un misto di ilarita' e frustrazione che gli stanno dando del crumiro, anche se lui ci avrebbe accompagnato solo per il tanto decantato senso dell'ospitalita' musulmano.
Alla fine perdiamo noi, il nostro amico ci fa segno di incamminarci verso Tabriz (300 km) che poi ci carichera' con lui, ma dopo poco lo vedremo accendere il motore e andare nella direzione opposta. Noi proseguiamo per qualche minuto rifiutando le offerte dei tassisti, un autobus si ferma e ci fa salire. Va a Jolfa, 60 km da qui. Le donne siedono tutte negli ultimi posti, ricoperte da chador che le rendono oggetti inanimati in balia della scomoda guida dell'autista. Il paesaggio e' desertico ma molto bello, un fiume marrone ci accompagna attraverso montagne di terra e pietre marroni, non un albero, non un arbusto. Ci scaricano a Jolfa chiedendoci un prezzo esorbitante: pensavamo fosse gratis, dobbiamo pagare, prima cazzata persiana.
Prendiamo un taxi per tabriz, l'autista e' un cinquantenne dai modi burberi che parla esclusivamente con me. Erika e' come se non esistesse, spesso mi volto a guardalrla per assicurarmi che ci sia.
Uscendo dalla dogana il nostro nuovo amico ci propone di accompagnarci in macchina fino a Tabriz, la nostra prima tappa iraniana. Non facciamo pero' piu' di due passi che una folla di tassisti ci assale. Ognuno ci apostrofa a modo suo, chi urla e chi ci strattona, ordinandoci e allo stesso tempo implorandoci di andare con lui. Nella calca che si crea intorno a noi (siamo molto probabilmente gli unici stranieri del giorno) veniamo separati dal nostro amico. Capiamo con un misto di ilarita' e frustrazione che gli stanno dando del crumiro, anche se lui ci avrebbe accompagnato solo per il tanto decantato senso dell'ospitalita' musulmano.
Alla fine perdiamo noi, il nostro amico ci fa segno di incamminarci verso Tabriz (300 km) che poi ci carichera' con lui, ma dopo poco lo vedremo accendere il motore e andare nella direzione opposta. Noi proseguiamo per qualche minuto rifiutando le offerte dei tassisti, un autobus si ferma e ci fa salire. Va a Jolfa, 60 km da qui. Le donne siedono tutte negli ultimi posti, ricoperte da chador che le rendono oggetti inanimati in balia della scomoda guida dell'autista. Il paesaggio e' desertico ma molto bello, un fiume marrone ci accompagna attraverso montagne di terra e pietre marroni, non un albero, non un arbusto. Ci scaricano a Jolfa chiedendoci un prezzo esorbitante: pensavamo fosse gratis, dobbiamo pagare, prima cazzata persiana.
Prendiamo un taxi per tabriz, l'autista e' un cinquantenne dai modi burberi che parla esclusivamente con me. Erika e' come se non esistesse, spesso mi volto a guardalrla per assicurarmi che ci sia.
Goris, autostop ed il confine
Prima di Goris prendiamo un taxi che incuneandosi in una gola stretta e selvaggia ci portera' fino all'isolatissima chiesa di Tatev. Il posto e la chiesa sono praticamente identici alla gola del Debed ed ai suoi monasteri. Pero' siamo ormai nel sud, e del forzato sviluppo sovietico non si vedono tracce. Senza fabbriche, ciminiere, palazzoni scoloriti e sgangherati rimangono solo i tubi del gas e le lada, persi in un paesaggio contadino.
E' mezzogiorno, entro dopodomani vogliamo entrare in Iran ed abbiamo gia' esaurito il nostro budget giornaliero: e' il momento dell'autostop.
Ci carica un vecchio camionista il cui ruggente mezzo non supera i venti all'ora neanche in discesa. La sua estrema lentezza ci dara' pero' l'occasione di ammirare la bellezza di Goris, circondata da villaggi scavati in rocce di tutti i colori e tutte le forme. Sono come tanti obelischi misteriosamente stabili poggiati sui ripidi pendii intordo alla cittadina, ognuno con una porta ed una finestra.
Il camion e' arrivato a destinazione. Scendiamo e ricominciamo svogliatamente a mostrare il pollice. Ci sono tanti camion iraniani, ma nessuno si ferma. Si ferma invece una comitiva composta da una Lada ed un camion che trasporta un generatore da una tonnellata nuovo di zecca. I passeggeri della Lada si stringono e ci fanno salire. Sono in tre (un ateo, un cattolico ed un armeno: manca solo la barzelletta), lavorano per una compagnia di telefonia mobile comprata dai russi pochi anni fa. Stanno andando a montare un ripetitore a 15 km dalla frontiera, ma una volta li' ci scarrozzeranno fino al confine vero e proprio.
Superiamo l'ultimo passo a 2500m d'altezza, in cima ad una montagna sventrata da una miniera di rame, e cominciamo a scendere. Ormai e' arrivata la primavera, qui i prati sono verdi e gli alberi in fiore. Severi crinali fanno da sfondo a dolci colline, sui bordi di un lago chalet e ciliegi; la neve e' un vago ricordo.
E poi ecco una rete metallica, davanti a noi terra rossastra e montagne spoglie da cui arrivano folate di vento secco e pieno di polvere, dietro di noi la primavera con tutti i suoi odori: e' il confine.
Echiadzin e la pasqua armena
Passiamo la Pasqua nella cattedrale piu' importante della chiesa armena. E' pieno di bambini, di donne vestite con improbabili completi leopardati o argentati abbinati a puntuti stivali. C'e' aria di festa, e' una splendida giornata di sole e mentre i bambini si rincorrono sui prati i loro genitori si accalcano alle porte della cattedrale: sta per uscire il Katholikos, capo spirituale di questa chiesa
Dopo la messa la processione va dalla chiesa alla residenza del Katholikos, un percorso di non piu' di 30 metri, perche' come e' evidente dalle parole e dalle idee della gente l'attivita' fisica fa male e l'unica vera ed infallibile medicina e' la vodka.
E' riccamente vestito e circondato da un folto gruppo di chierichetti che portano incensi e stemmi dorati. La folla si accalca e tutti vogliono vedere, toccare ed ottenere perdono. Ma anche se va piano, nel giro di un minuto sparisce all'interno della sua villa. Gli adulti rivolgono allora la loro attenzione ai bambini, che continuano a rincorrersi come se niente fosse.
Yerevan e lo stato d'emergenza
A Yerevan si costruisce, le gru sono dappertutto. Hanno appena ultimato il viale che collega il teatro dell'opera alla piazza principale. Piena di caffe' e ristorantini, con due fabbriche del famoso cognac armeno, e' piu' ricca e ordinata di Tbilisi, ma anche assai piu' brutta. La statua di madre armenia che troneggia sulla citta' (con la quale i quadri locali del Partito rimpiazzarono di soppiatto la statua di Stalin in una fredda notte del '67) e' scoordinata e innaturale.
Abbiamo preso una camera da Anahit, stravagante vecchietta vestita sempre di rosso, figlia di un pittore locale i cui quadri ricoprono tutte le pareti della stanza, con l'unico vantaggio estetico di nascondere l'orrenda carta da parati. Lei sembra sempre con la testa tra le nuvole, entra in camera senza bussare ad ogni ora del giorno e della notte stupendosi ogni volta che la rimproveriamo.
La posizione e' ottima, dalle finestre si vede il tetro dell'opera. Lo stato d'emergenza dichiarato dal governo (coprifuoco alle 9 di sera) finisce dopodomani, ma la citta' sembra tranquilla, i caffe' sono pieni e la gente passeggia spensieratamente.
Ci facciamo una doccia e scendiamo, sono le sei e vorremmo comprare i biglietti a 2 $ per la bisbetica domata, in programma stasera. Apriamo il portone e....sorpresa! davanti all'ingresso del teatro, che un edificio circolare al centro della piazza, una decina di camion dell'esercito ne impediscono l'accesso, e un cordone di soldati lo circonda per intero. La stessa scena si repetera' per 3 giorni.
E' il 21 marzo, data in cui si dovrebbe svolgere la manifestazione di protesta per i brogli elettorali indetta dal capo dell'opposizione Levon-Tar-Petrosian, venti giorni dopo la morte di 3 manifestanti per mano della polizia. La piazza e' interamente occupata da centinaia di poliziotti e soldati in tenuta anti-sommossa. Intorno meno di un migliaio di persone parlno sommessamente tra loro, in gruppi di tre dato che gli assembramenti sono proibiti fino a domani.
Le forze dell'ordine passano il loro tempo seduti nelle comode poltroncine dei lussuosi caffe' all'aperto per poi alzarsi di tanto in tanto per "disperdere" i manifestanti. Tar-Petrosian (22% dei voti) parla alla radio, scrive appelli sui giornali sostenendo che non riconoscere valore ad una protesta pacifica significa spingere il paese alla rivolta armata. Il presidente eletto Sarkisian e' il delfino del presidente uscente, ed e' uno dei tanti politici appartenenti alla "mafia del Karabakh", un gruppo di ex-militari che hanno combattuto la recente guerra in Nagorno-Karabakh e che osteggiano la soluzione diplomatica del conflitto. Forte del risultato ottenuto (52%), non dice niente, non ritenendo neanche necessario ricordare che Petrosian e' stato presidente nei sette anni in cui l'economia e' precipitata, nel '94 ha dichiarato illegale il centenario partito dell'ARF (16% nel '92, il piu' popolare tra gli armeni della diaspora) e nel '96 ha mandato i carri armati contro le manifestazioni di protesta per - ma davvero? - presunti brogli elettorali.
Ci troviamo a cena con dei locali piuttosto benestanti, alcuni di loro sono imprenditori. L'imprenditore pro-Petrosian sostiene che il nuovo presidente e' anti-democratico e che l'Armenia non puo' permettersi di rimanere ancora indietro su questo terreno, non puo' permettersi un'altra dittatura. Gli altri dicono: "ma non ti ricordi quello che ha fatto? dice di essere cambiato, che non commettera' piu' gli stessi errori, ma voi ci credete alle promesse di Berlusconi?".
L'imprenditore, innervosito, tira fuori l'asso nella manica: Petrosian si ritiro' spontaneamente nel '98. Sono tutti d'accordo e si cominciano a raccontare aneddoti personali sulla diffusissima corruzione vigente a tutti i livelli dell'apparato statale.
Dalla gola del Debed fino a qui abbiamo provato a parlare con parecchie persone
della situazione attuale, ma la lora analisi si riduceva sempre alla dichiarazione della loro preferenza per uno dei due principali candidati. Dopodiche' si lanciavano immancabilmente in digressioni storiche passando senza problemi e senza incertezze dalla storia contemporanea a quella antica, dalla Repubbica Caucasica dell'URSS al mitico regno d'armenia, dall'armenia cristiana e non-calcedoniana all'armenia isolata dei giorni nostri.
La loro amarezza non e' certo difficile da capire: sono cristiani in terra di musulmani, il monte Ararat (simbolo nazionale) troneggia su Yerevan ma e' poco oltre il confine turco come anche Ani, l'antica capitale del loro glorioso regno, ormai una citta' fantasma in terra straniera.
Il Confine con la Turchia e' chiuso per dispute diplomatiche sul genocidio armeno, quello con l'Azerbaijan e' chiuso per il conflitto in Nagorno Karabakh, come unici sbocchi restano le strettoie con l'Iran a sud e la Georgia a nord, che pero' e' messo in pericolo dall'alleanza incrociata Georgia-USA, Armenia-Russia. Chiediamo se pensano che la situazione cambiera'. Risposta: "Il nostro problema e' il Cristianesimo; da quando siamo diventati il primo stato cristiano del mondo (312 d.c.) abbiamo sempre fatto scelte tese a differenziarci dai nostri vicini e potenziali alleati". Anche la chiesa armena e' un'entita' a se', non essendo collegata ne alla chiesa ortodossa russa, ne tantomeno a quella romana o a quella protestante.
L'unica certezza e' che non vogliono piu' isolarsi, che in un paese che aha sbagliato tante volte da che parte stare c'e' voglia di fare la scelta giusta, guardare al piu' forte e rimanergli attaccati. Se oltre a questo si aggiunge la palpabile nostalgia per il lavoro, lo stipendio e l'orgolgio che garantiva l'Unione Sovietica la risposta e' una sola. I due contendenti hanno per l'appunto un tratto in comune: il loro proposito di mantenere saldi legami con la grande Russia (in realta' Sarkisian cerca anche di strizzare l'occhio agli americani, che gli hanno anche fornito degli armamenti sottobanco).
Abbiamo preso una camera da Anahit, stravagante vecchietta vestita sempre di rosso, figlia di un pittore locale i cui quadri ricoprono tutte le pareti della stanza, con l'unico vantaggio estetico di nascondere l'orrenda carta da parati. Lei sembra sempre con la testa tra le nuvole, entra in camera senza bussare ad ogni ora del giorno e della notte stupendosi ogni volta che la rimproveriamo.
La posizione e' ottima, dalle finestre si vede il tetro dell'opera. Lo stato d'emergenza dichiarato dal governo (coprifuoco alle 9 di sera) finisce dopodomani, ma la citta' sembra tranquilla, i caffe' sono pieni e la gente passeggia spensieratamente.
Ci facciamo una doccia e scendiamo, sono le sei e vorremmo comprare i biglietti a 2 $ per la bisbetica domata, in programma stasera. Apriamo il portone e....sorpresa! davanti all'ingresso del teatro, che un edificio circolare al centro della piazza, una decina di camion dell'esercito ne impediscono l'accesso, e un cordone di soldati lo circonda per intero. La stessa scena si repetera' per 3 giorni.
E' il 21 marzo, data in cui si dovrebbe svolgere la manifestazione di protesta per i brogli elettorali indetta dal capo dell'opposizione Levon-Tar-Petrosian, venti giorni dopo la morte di 3 manifestanti per mano della polizia. La piazza e' interamente occupata da centinaia di poliziotti e soldati in tenuta anti-sommossa. Intorno meno di un migliaio di persone parlno sommessamente tra loro, in gruppi di tre dato che gli assembramenti sono proibiti fino a domani.
Le forze dell'ordine passano il loro tempo seduti nelle comode poltroncine dei lussuosi caffe' all'aperto per poi alzarsi di tanto in tanto per "disperdere" i manifestanti. Tar-Petrosian (22% dei voti) parla alla radio, scrive appelli sui giornali sostenendo che non riconoscere valore ad una protesta pacifica significa spingere il paese alla rivolta armata. Il presidente eletto Sarkisian e' il delfino del presidente uscente, ed e' uno dei tanti politici appartenenti alla "mafia del Karabakh", un gruppo di ex-militari che hanno combattuto la recente guerra in Nagorno-Karabakh e che osteggiano la soluzione diplomatica del conflitto. Forte del risultato ottenuto (52%), non dice niente, non ritenendo neanche necessario ricordare che Petrosian e' stato presidente nei sette anni in cui l'economia e' precipitata, nel '94 ha dichiarato illegale il centenario partito dell'ARF (16% nel '92, il piu' popolare tra gli armeni della diaspora) e nel '96 ha mandato i carri armati contro le manifestazioni di protesta per - ma davvero? - presunti brogli elettorali.
Ci troviamo a cena con dei locali piuttosto benestanti, alcuni di loro sono imprenditori. L'imprenditore pro-Petrosian sostiene che il nuovo presidente e' anti-democratico e che l'Armenia non puo' permettersi di rimanere ancora indietro su questo terreno, non puo' permettersi un'altra dittatura. Gli altri dicono: "ma non ti ricordi quello che ha fatto? dice di essere cambiato, che non commettera' piu' gli stessi errori, ma voi ci credete alle promesse di Berlusconi?".
L'imprenditore, innervosito, tira fuori l'asso nella manica: Petrosian si ritiro' spontaneamente nel '98. Sono tutti d'accordo e si cominciano a raccontare aneddoti personali sulla diffusissima corruzione vigente a tutti i livelli dell'apparato statale.
Dalla gola del Debed fino a qui abbiamo provato a parlare con parecchie persone
della situazione attuale, ma la lora analisi si riduceva sempre alla dichiarazione della loro preferenza per uno dei due principali candidati. Dopodiche' si lanciavano immancabilmente in digressioni storiche passando senza problemi e senza incertezze dalla storia contemporanea a quella antica, dalla Repubbica Caucasica dell'URSS al mitico regno d'armenia, dall'armenia cristiana e non-calcedoniana all'armenia isolata dei giorni nostri.
La loro amarezza non e' certo difficile da capire: sono cristiani in terra di musulmani, il monte Ararat (simbolo nazionale) troneggia su Yerevan ma e' poco oltre il confine turco come anche Ani, l'antica capitale del loro glorioso regno, ormai una citta' fantasma in terra straniera.
Il Confine con la Turchia e' chiuso per dispute diplomatiche sul genocidio armeno, quello con l'Azerbaijan e' chiuso per il conflitto in Nagorno Karabakh, come unici sbocchi restano le strettoie con l'Iran a sud e la Georgia a nord, che pero' e' messo in pericolo dall'alleanza incrociata Georgia-USA, Armenia-Russia. Chiediamo se pensano che la situazione cambiera'. Risposta: "Il nostro problema e' il Cristianesimo; da quando siamo diventati il primo stato cristiano del mondo (312 d.c.) abbiamo sempre fatto scelte tese a differenziarci dai nostri vicini e potenziali alleati". Anche la chiesa armena e' un'entita' a se', non essendo collegata ne alla chiesa ortodossa russa, ne tantomeno a quella romana o a quella protestante.
L'unica certezza e' che non vogliono piu' isolarsi, che in un paese che aha sbagliato tante volte da che parte stare c'e' voglia di fare la scelta giusta, guardare al piu' forte e rimanergli attaccati. Se oltre a questo si aggiunge la palpabile nostalgia per il lavoro, lo stipendio e l'orgolgio che garantiva l'Unione Sovietica la risposta e' una sola. I due contendenti hanno per l'appunto un tratto in comune: il loro proposito di mantenere saldi legami con la grande Russia (in realta' Sarkisian cerca anche di strizzare l'occhio agli americani, che gli hanno anche fornito degli armamenti sottobanco).
Il lago Sevan e gli americani
Passiamo una notte sul lago sul lago Sevan, unico luogo di villeggiatura estiva in questo paese privo di accessi al mare. E' a 2000 metri, e' grande ed e' totalmente ghiacciato. Ci assicurano che d'estate qui si sta benissimo, ma poi aggiungono che ci si puo' fare il bagno solo nei primi 15 giorni di agosto: prima e dopo l'acqua e' troppo fredda.
La primavera e' arrivata con 2 settimane di anticipo, sciogliendo cosi' la neve che ricopriva i villaggi. Chiediamo a dei locali se sono contenti e loro sorridono maliziosamente indicandoci il mare di rifiuti e buste di plastica che ricopre le piazze ed i campi e che fino a pochi giorni fa era nascosto da un immacolato manto nevoso. E' il momento giusto per dire "tsaven danam", la piu' comune espressione armenia, usata nelle situazioni piu' disparate. Vuol dire : "mi faccio carico del tuo dolore", ma la senti usare da chi risponde al telefono come dal tassista a cui hai appena detto che ti ha chiesto troppi soldi.
Sull'autobus incontriamo Jason, un trentenne americano volontario dei Peace-Corps. E' una ONG presente in quasi tutti i paesi poveri. Lui, come gli altri 20 volontari presenti qui, passera' 2 anni e mezzo in armenia, in un villaggio di 10000 anime creato dai sovietici e poi abbandonato a se stesso: delle undici fabbriche di un tempo adesso ne funzionano solo tre a giorni alterni. L'unico lavoro per chi decide di restare vicino alla propria famiglia e' il tassita.
La maggior parte dei volontari insegna l'inglese. Sono diversi tra loro, di eta' diverse e di stati diversi; hanno una sola cosa in comune: avevano tutti scelto come destinazione l'Africa e sono tutti finiti qui, in un freddo che si sopporta solo con fiumi di vodka.
Ingresso in Armenia e gola del Debed
L'ingresso ci toglie il respiro: lasciamo le strade georgiane, povere ma piene di negozietti, per precipitare nel fondo di una gola stretta, buia e desolata. Le montagne sui due lati sono a piu' di mille metri sopra di noi. Fabbriche abbandonate, edifici sovietici squadrati e geometrici -ma che edifici, interi villaggi da piu' di 5000 abitanti- sparsi apparentemente a caso in cima a spettacolari terrazze naturale che si affacciano a strapiombo sul corso del fiume.
Ci addentriamo nella gola del debed, illuminata dai raggi del sole per poche ore al giorno. Dovunque ci sia un po' di spazio c'e' una casa, una fabbrica in disuso, un palo della luce. La neve si e' sciolta ma gli alberi sono ancora spogli. Non ci sono alberghi ne' ristoranti: troviamo una signora che ci affitta una stanza e ci procura un pasto.
Secondo la guida e i dati ufficiali sul reddito pro-capite ci aspettavamo un paese piu' ricco della georgia, con piu' infrastutture e piu' commercio. Le infrastutture sono arrugginite e il commercio paraticamente inesistente (e' per questo che i pochissimi alberghi esistenti sono cosi' cari: 30 $ a notte qui dove un'infermiera guadagna 100$ al mese). Nei negozi non c'e' mai nessuno, le uniche code che vediamo sono davanti agli sportelli della Western Union: qui hanno tutti un parente all'estero, e le rimesse rappresentano all'incirca il 25% del PIL. Si mangia carne, carne con cipolle, carne con un po' di pane. Mai verdura. Al mercato di Yerevan capiremo perche': pomodori 7 dollari al chilo, 14 al supermecato.
Il nostro fedele autista Cago dovrebbe passarci a prendere alle dieci, ma alle nove e' gia' davanti alla notra squallida camera con vista sulla strada. Dimostra 60 anni ma ne ha 45. Al contrario di altri autisti visitera' con noi le cinque chiese del debed, suggestive anche se identiche tra loro. Hanno tutte un migliaio di anni, sono nel punto piu' alto del villaggio, ci sono tombe, spazi per lo studio e sono circondate da una cinta muraria abbastanza imponente. Le porte sono piccole tanta che bisogna abbassarsi per entrare; impedivano l'accesso di nemici a cavallo. Non ci sono finestre, ma feritoie. In pratica erano dei fortini, in caso di attacco i contadini si rifugiavano qui, abbandonando le case indifese alla furia devastatrice del conquistatore di turno.
Dopo aver percorso un centinaio di chilometri su queste strade ci rendiamo conto che al posto dei guard-rail ci sono dei tubi storti, arrugginiti e rattoppati in piu' punti. Ma cosa trasportano? ci rispodono con ingenua semplicita': gas, ovvio. Questo gasdotto a vista percorre l'armenia da nord a sud inerpicandosi sui ripidi pendii per raggiungere anche i piu piccoli ed inaccessibili villaggi.
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